Perché ti sei trasferita a Phuket?

Circa sei mesi fa ho mollato tutto e mi sono trasferita a Phuket.

Ho fatto questa scelta come è giusto che sia: in modo assolutamente irresponsabile e immaturo.

In Italia ho un lavoro a tempo indeterminato -che mi piace-, ho la mia famiglia, la casa, la macchina, un’assistenza sanitaria, la patente, al supermercato trovo tutto quello che mi serve e ogni volta che mi metto alla guida per strada non rischio di morire, tendenzialmente.

Ma no. Vaffanculo. Che importa avere tutto.

Vaffanculo perché in Italia mi sento giorno per giorno morire dentro lentamente, mi sento soffocare, mi sento che solo se entro alle poste italiane mi viene un attacco di panico, se non faccio shopping e mi metto i vestiti dell’anno scorso mi sento giudicata, mi sento che sono tutti uguali e capaci solo di lamentarsi senza fare cambiamenti e quelli che non si lagnano sono già scappati via prima di me.

In Italia sono stufa, e non ci capisco niente. Non ci capisco niente di quando ti arrivano le lettere, le cose da fare, ho 32 anni e ancora non ho capito a cosa serva il CUD. E non ho capito perché devo rendere conto a tutto. Perché devo ingabbiarmi nel contratto indeterminato come sogno di vita.

Non capisco perché non riesco ad apprezzare un luogo finché non ne sento la mancanza.

Mi sento che ogni giorno è uguale all’altro e la mia confort zone mi ha resa prigioniera sotto le coperte, mi sento che la vita scivola via e io la fisso pensando di colmare il vuoto con cosa.

Cosa?

Cosa faccio oggi? E domani?

Allora parto, basta.

Vado a vivere in Thailandia. Così, poi si vedrà.

La faccia della gente non è delle migliori. La mia faccia immersa negli scatoloni non è delle migliori.

Le emozioni che ti scorrono dentro mentre stai per mollare tutto sono come le montagne russe, passi da stati di euforia a stati depressivi, cose che bipolarismo scansate proprio.

Arrivo in aeroporto e bisticcio con l’addetta del check in perché mi vuole imbarcare lo zaino, lo stesso minchia di zaino che avevo già portato in cabina seimila volte.

“Sono un’assistente di volo, stronza, le conosco le misure e pesi dei bagagli a mano” vorrei dirle.

Ma sto zitta e le lascio imbarcare il mio zaino. Probabilmente quello è il suo attimo di gloria in una giornata altrimenti grigia e triste come i colori dell’aeroporto di Malpensa.

Perché obiettivamente trovo la Malpensa uno degli aeroporti più lugubri della storia degli aeroporti. Almeno Fiumicino ha il suo folklore.

Passo 24 ore in giro per mezzo mondo solamente con la borsetta con dentro portafogli, telefono, passaporto. Passo per Dubai e spero finisca presto la faccenda, perché Dubai non mi piace, pace.

Arrivo a Phuket e uscendo avverto un caldo soffocante. Mi domando come vivrò senza impazzire.

Appena arrivata a Phuket una sera i miei nuovi conoscenti organizzano una bella festa dove posso conoscere gente e iniziare ad ambientarmi con i nuovi amici e la mia nuova vita. C’è tanta gente simpatica ma non riesco a ricordare nomi e volti: all’inizio appena arrivi qui ti sembrano tutti uguali (cosa ridicola che capita a tutti noi nuovi farang). La festa per me si trasforma in una notte triste perché mi rendo conto che l’unica persona dell’isola che avrebbe dovuto prendersi  cura di me in realtà non sa badare nemmeno a se stesso.

Realizzo di essere sola e non ho un posto dove dormire.

Ma sono viva, e quando mi sveglio due mattine dopo nel piccolo bungalow che ho preso in affitto, ho solo voglia di saltar fuori dal letto come il pane dal tostapane.

Ho perso molte cose da quando sono arrivata sull’isola.

Ho perso affetti, amicizie, soldi, confort. Sopratutto ho perso consapevolmente la stabilità e la sicurezza.

L’isola è magica ed infernale allo stesso tempo.

I turisti arrivano a orde e si spalmano tra Patong Kata e Karon, vanno a farsi i selfie alle Phi Phi, mangiano Pad Thai e Tom Yum, si fanno fare il massaggio e scorrazzano in Tuk Tuk.

Come giusto che sia, i turisti guardano ma non vedono.

Dietro alle quinte accadono cose, le persone fanno cose. Phuket ha mille facce e io ho appena iniziato a grattare la superficie.

Oggi sono passati sei mesi, il rodaggio insomma.

E’ ora di fare il primo tagliando e penso di stare bene.

Perché dopo che ho perso praticamente tutto, ho iniziato a raccogliere.

Forse dovevo solo fare spazio nella mia nuova vita.

Un giorno ho trovato una casetta che ha la vista mare su Kata, che costa un inferno ma quelle quattro mura mi fanno sentire invincibili e protetta. Non mi sta piacendo Kata come paese, è terribilmente turistico. Ma guardare il mio mare preferito ogni volta che voglio è una sensazione appagante e rincuorante.

Un altro giorno ho trovato un gattino e ora sta crescendo ed è felice. In realtà è già ciccione e viziato, come giusto che sia per un gatto salvato dalla strada. L’ho chiamato Andaman come il mare.

Un altro giorno era San Valentino e ho dato un bacio a un ragazzo thai, o me lo ha dato lui poco importa. Volevamo baciarci e così è successo.

L’ho fatto come la stessa faccenda di espatriare, mi andava e mi ci sono ritrovata in mezzo senza una logica. Non sapevo nemmeno fosse San Valentino. Qui ogni giorno fa caldo, ci si alza alle 4 e non riesco a distinguere lo scorrere del tempo, perché sembra ferragosto tutti i giorni.

Ieri sera gli ho chiesto:

“amore, ma scusa. Io da quanto tempo ti piacevo?”

Prende il telefono e apre il traduttore. Abbiamo una comunicazione alternativa quando si tratta di faccende serie.

“mi piacevi dalla prima volta, quando sei arrivata ed eri a quella festa. eri la più bella, ti ho anche dato un bacio sulla guancia e ci hanno fatto una foto”.

Io non mi ricordo niente, sia chiaro. E dove sia finita questa ipotetica foto non lo so.

Non sembro il massimo del romanticismo. Mentre lui era già innamorato di me da mesi, io non mi sono accorta di niente. Sempre come i turisti, anche io guardavo senza vedere. Ero impegnata a fare i conti con l’isola.

Ma tanto l’isola aveva già fatto bene tutti i suoi calcoli prima di me.

Come giusto che sia la vita, ci sono momenti dove devi costringerti a seguire il cervello, altri dove forse conviene solo seguire il vento. Fare un respiro, prendere coraggio e andare.

Ho scritto questo breve articolo per rispondere a una domanda, una semplice, fottuta domanda che qualcuno di passaggio per Phuket mi fa quotidianamente:

“Perché ti sei trasferita a Phuket?”

Non mi sono trasferita per le spiagge e le palme.

Non per Patong, non per la vita notturna, non per quella qualsiasi cosa ci puoi trovare di bello nell’isola più sfruttata dal turismo di tutta la Thailandia.

Non cercavo la stupida idea che gira sul web di vivere in Thai con 300 euro al mese, non sono esthaisiata, non vado a puttane, non ho da fare il business, non sono una nomade digitale, non sono infulencer, non sono una fancazzista.

Semplicemente, nella perfezione che mi ero costruita seguendo schemi preconfezionati, io non ero felice.

Dovrei saperlo ormai che a ogni tentativo di stabilità io fallisco.

Quindi, mi sono trasferita per semplice, silenziosa, ineluttabile disperazione.

E ne sono grata.

Nel frattempo sto cercando la foto della festa.

 

 

 

 

giuliettamaditerraodivolo

Ciao, sono Giulietta! Sono assistente di volo ma ho preso un intero anno libero per andare a vivere a Phuket, sono una Blogger e Videomaker.

4 Comments
  1. …. almeno Fiumicino ha il suo folklore. Ti voglio bene. In bocca al lupo e tanta felicità. Te lo augura un bolognese che non ha avuto il coraggio di scappare. Mauro

  2. Cambiare vita è la cosa migliore che si possa fare anche più e più volte X cui ti auguro tante avventure tanti amici nuovi e tanto amore xche sei una donna davvero speciale ❤️

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